Pubblicato da: stefanokeller | 16 gennaio, 2015

Il socialismo non è andato al limbo (Leonardo Boff)

La nostra generazione ha visto cadere due muri apparentemente incrollabili: il muro di Berlino nel 1989 e il muro di Wall Street nel 2008. Con il muro di Berlino è crollato il socialismo realmente esistente, segnato da statalismo, autoritarismo e violazioni dei diritti umani. Il muro di Wall Street ha delegittimato il neoliberismo come ideologia politica e il capitalismo come modo di produzione, con la sua arroganza, la sua accumulazione illimitata (greed is good = il profitto è buono), al prezzo della devastazione della natura e dello sfruttamento delle persone.

Si sono presentate come due visioni del futuro e due modi di abitare il pianeta, ormai incapace di dare speranza e di riorganizzare l’armonia planetaria, in cui tutti gli esseri possano garantire le basi naturali che sostengono la vita.

E ‘in questo contesto che riaffiorano sia le proposte lanciate nel passato, ma che ora possono avere la possibilità di realizzarsi (Bonaventura de Souza Santos) come la democrazia comunitaria e il “vivere bene” dei popoli andini, sia quelle del socialismo originario pensato come una forma avanzata di democrazia.

Scarto in anticipo il capitalismo realmente esistente (la società di mercato) perché è così nefasto che seguitando con la sua devastante logica, può distruggere la vita umana sul pianeta. Oggi opera per una piccola minoranza: 737 gruppi economici-finanziari controllano l’80% delle società transnazionali, e all’interno di questi, 147 gruppi controllano il 40% dell’ economia mondiale (secondo i dati del famoso Istituto Tecnologico svizzero), o gli 85 individui più ricchi che accumulano l’equivalente di ciò che guadagnano 3,57 miliardi di poveri (rapporto Intermon Oxfam de 2014) nel mondo. Tale malvagità non può promettere nulla per l’umanità, se non crescente impoverimento, fame cronica, terribili sofferenze, la morte prematura e, in ultima analisi, l’Armageddon della specie umana.

In quanto al socialismo, realizzato in Brasile da vari partiti, in particolare con il PSB dal compianto Eduardo Campos, ha qualche chance. Sappiamo che la sua origine si trova tra gli attivisti cristiani, critici degli eccessi del capitalismo sfrenato come Saint-Simon, Proudhon, Fourier, che si sono ispirati ai valori del Vangelo e in quello che è stato chiamato “il grande esperimento”, che furono i 150 anni della “repubblica comunista guaraní” (1610-1768). L’economia era collettivista: prima per le esigenze presenti e future, e il resto per la vendita.

Un gesuita svizzero Clovis Lugon (1907-1991) espose dettagliatamente gli intenti con il suo famoso libro: “La repubblica Guarani: i gesuiti al potere” (Continuum 1968). Un procuratore della repubblica brasiliana Luiz Francisco Fernandez de Souza (* 1962) ha scritto un libro di mille pagine, “Socialismo: Una utopia cristiana”. Vive in prima persona gli ideali che predica: fece voto di povertà, abita in gran semplicità, va a lavorare con una vecchia Volkswagen.

Il fondatori del socialismo (Marx intendeva dargli un carattere scientifico contro gli altri che chiamava utopici), non hanno mai concepito il socialismo come sola opposizione al capitalismo, ma come la realizzazione piena degli ideali già preannunziati dalla rivoluzione borghese: la libertà, la dignità dei cittadini, il loro diritto al libero sviluppo e la partecipazione alla costruzione della vita collettiva e della democratica. Gramsci e Rosa Luxemburg vedevano il socialismo come la piena e matura realizzazione della democrazia.

La questione fondamentale di Marx (a parte la discutibile costruzione teorica e ideologica che si è creata attorno ad esso) era: perché la società borghese non può mettere in atto tutti gli ideali che proclama? Perché produce l’opposto di ciò che desidera? L’economia politica deve soddisfare i bisogni umani artificialmente indotti (cibo, vestiario, alloggio, educare se stessi, comunicare, ecc), ma in realtà soddisfa le esigenze del mercato, in gran parte finalizzate ad aumentare il profitto.

Per Marx non raggiungere gli ideali della rivoluzione borghese non è dovuto alla mancanza di volontà degli individui o dei gruppi sociali. Si tratta piuttosto di una conseguenza inevitabile del modo di produzione capitalistico. Questo si basa sulla proprietà privata dei mezzi di produzione (terra e capitale, tecnologia, ecc) e sulla subordinazione del lavoro agli interessi del capitale. Tale logica lacera la società in classi con interessi antagonisti, incidendo su tutto: in politica, nel diritto, nell’istruzione, ecc.

Le persone nell’ordine capitalistico tendono facilmente, che lo vogliano o no, a diventare inumane e strutturalmente “egoiste”, perché ognuno si sente sollecitato a occuparsi prima dei suoi interessi e solo dopo degli interessi collettivi.

Qual è l’uscita escogitata da Marx e seguaci? Cambiamo il modo di produzione. Al posto della proprietà privata, introduciamo una proprietà sociale. Ma attenzione, avverte Marx: cambiare il modo di produzione non è la soluzione. Non garantisce ancora una nuova società, offre solo la possibilità di sviluppo di individui che non sarebbero più mezzi ma fini, non oggetti ma soggetti solidali nel costruire veramente un mondo dal volto umano. Anche con queste premesse, la gente deve voler vivere nuove relazioni. In caso contrario, non sorgerà la nuova società. E aggiunge: “La storia non fa nulla; è l’essere umano concreto e vivente che fa di tutto …; la storia non è altro che l’attività degli esseri umani che perseguono i loro obiettivi”.

Ecco la mia scommessa: andiamo verso una crisi eco-sociale di portata tale che, o assumiamo il socialismo con questo contenuto umanistico, o non avremo modo di sopravvivere.

Leonardo Boff, al secolo Genésio Darci Boff (Concórdia, 14 dicembre 1938), ex frate francescano, teologo e scrittore brasiliano. È uno dei più importanti esponenti della Teologia della Liberazione.

Pubblicato da: stefanokeller | 14 gennaio, 2010

La sinistra e il manifesto (Valentino Parlato)

Cari compagni, lettori del manifesto, siete intervenuti in tanti sul nostro sito a proposito dell’articolo «Sinistra alla prova», pubblicato domenica scorsa. Grazie per i vostri interventi e ovvie scuse per il ritardo con il quale rispondo.
Certo – come scriveva Luigi, già nel 2003 – «la sinistra italiana che conosciamo è  morta». Indiscutibile, ma Luigi concludeva il suo articolo scrivendo che «non deve vincere domani, ma operare ogni giorno e invadere il campo. Il suo scopo è reinventare la vita in un’era che ce ne sta privando in forme mai viste».
Quindi, non arrendersi per riscaldarsi con le proprie lacrime. Noi del manifesto di sconfitte ne abbiamo subite tante e siamo duramente investiti dall’attuale crisi, ma pure ogni giorno (salvo il lunedì) siamo in edicola e continuiamo a esibire la scrittarella «quotidiano comunista». Amen ci scrive che il comunismo è morto ed è stato seppellito dalla Storia.
Non sono d’accordo. Subiamo una dura sconfitta, ma la spinta a «rinnovare la vita» rimane. Nella storia ci sono stati sempre periodi, anche lunghi, di decadenza, ma poi bene o male si è ricominciato. L’ideale (l’obiettivo) di libertà, eguaglianza e fraternità è insopprimibile. Il comunismo è in crisi, ma il capitalismo non sta tanto bene.
Pubblicato da: stefanokeller | 14 settembre, 2009

La Lega e la memoria di Peppino Impastato (Giovanni Impastato)

C’era da immaginarselo, mancava solo la scintilla e la bomba del contrasto tra la nostra realtà e la Lega sarebbe scoppiata. Il Sindaco di Ponteranica con la sua decisione autoritaria e antidemocratica di cancellare dalla Biblioteca del paese il nome di Peppino ha avvicinato il cerino alla miccia. Da tempo non riuscivamo a tollerare l’atteggiamento di questo partito di esaltati che ha finito per condizionare le sorti della nostra democrazia. Sembra quasi paradossale che un paese come il nostro destinato anche dalla sua posizione geografica all’accoglienza e agli scambi interculturali, alla fusione delle etnie e ad essere la porta d’Europa verso l’Oriente e l’Africa sia finito nelle redini di questi nuovi barbari senza radici e senza cultura. E’ logico che tali soggetti non conoscano affatto l’importanza della memoria storica e delle battaglie civili condotte in terra italiana e considerino Peppino e la sua lotta come un rifiuto ingombrante da eliminare che ricorda troppo un vecchio passato politico fatto di ideali, di sogni, di sconfitte e piccole rivoluzioni. Un passato che, in realtà, non ha mai smesso di esistere, ma che rivive nella determinazione di quanti continuano ad impegnarsi perché credono nell’alternativa possibile alla degenerazione sociale e politica e vengono continuamente calpestati da questi politicanti populisti, ignoranti, incapaci di democrazia. Sembra quasi che il mondo politico oggi raccolga quanto di peggiore ci sia nella società e soprattutto la Lega funziona perfettamente da pattumiera, riciclando anche qualche fascista che già puzza di marcio. Immaginate un Borghezio o un Calderoli qualsiasi ricoprire un qualsiasi altro ruolo o occupazione lavorativa, chessò all’ufficio postale o alla bancarella del mercato, come cameriere al ristorante o come addetto alla reception di un albergo; come autista di un autobus o ancora come infermiere che accolga al pronto soccorso: riuscirebbero a dimostrare quella minima comprensione, quella minima pazienza o tolleranza che sono necessari per relazionarsi con le persone e superare anche le piccole difficoltà? Immagino di no. Ecco, Peppino era l’esatto contrario, aveva sì grinta da vendere e forza d’animo, ma sapeva investirla in operazioni costruttive, la nutriva con i suoi sogni, che trasmetteva anche agli altri al contrario di chi sparge invece incubi e angoscia. Peppino ascoltava, recepiva, accoglieva a braccia aperte, come fece con l’unico ragazzo mulatto che girava a Cinisi negli anni ’60, figlio di una relazione di una cittadina del paese con un soldato afro-americano che da giovane disadattato ed emarginato divenne uno dei suoi migliori compagni di lotte e divertimenti al mare. Possibile che il popolo italiano sia caduto così in basso da accordare il proprio appoggio a chi sta compiendo ancora oggi nel 2009 terribili atti razzisti e criminali, costringendo migliaia di nostri simili ad una sicura morte nelle acque del Mediterraneo o all’abbandono nei campi di segregazione libici e nelle prigioni dove la tortura è il pane quotidiano? Possibile che siamo così pronti a portarci sulla coscienza il peso di così tante vite spezzate o distrutte? Sono contento che un partito come la Lega sia contrario alla memoria di mio fratello, perché in effetti nulla ha a che fare con loro e con la loro voglia di sopraffazione e di violenza, con la vergognosa segregazione consumata ai danni non solo dei migranti, ma anche dei cittadini del meridione, degli omosessuali e di quanti non rientrino nei loro standard: alto, biondo, camicia verde e spirito folle e sadico. Cos’è questo, il nuovo hitlerismo, oltre che il nuovo fascismo? Davvero è cambiato solo il colore delle insegne? Non ci rendiamo nemmeno conto che questi che si dicono conservatori e tutori delle tradizioni e delle culture locali, in realtà, stanno cancellando tutto lo spirito tradizionale che animava le nostre comunità, tutte le nostre sonorità, il nostro bagaglio di culture e di gioie, sostituendolo con stronzate sulla falsa origine celtica dei padani, simboli e bandiere senza radici storiche e leggende che sembrano inventate da un sceneggiatore di film di serie c o di scarse fiction televisive. Voglio ancora sperare che tutto questo possa sparire, che gli Italiani abbiano ancora un briciolo di orgoglio per ribellarsi, per liberare il paese da quelle storture che sono la mafia al sud e la lega al nord, rifacendoci all’ignoranza di quanti sostengono che la criminalità organizzata sia un problema esclusivamente meridionale. Per questo invito tutti il 26 settembre a Ponteranica, non solo per difendere la memoria di Peppino, ma anche la dignità di questo paese.

Pubblicato da: stefanokeller | 26 settembre, 2008

“Lessico del razzismo democratico” (Giuseppe Faso)

Clandestino Il buonsenso vorrebbe che si prendessero le distanze con severità da chi innesta su una infrazione amministrativa (la mancanza di documenti) uno stigma squalificante e sospettoso, il «clandestino»: non una persona che lavora in mezzo a noi (e spesso nelle nostre famiglie, come colf o assistente per la cura degli anziani), ma uno infiltrato di nascosto per commettere chissà quale crimine. Ma esistono anche tentativi di riabilitazione dell’uso di questo termine, da fonti che sarebbero insospettabili, se non avessimo ormai da tempo compreso quanto stia montando un socialismo da imbecilli (il razzismo, secondo una blasonata definizione). Si può, secondo tale cavillosa argomentazione, essere senza «permesso di soggiorno» perché lo si aveva, e non si è riusciti a rinnovarlo; o perché si è entrati in Italia con un visto turistico, che poi è scaduto; oppure perché si è entrati in Italia di soppiatto. I primi due sono «irregolari», quest’ultimo invece «clandestino». Cosa cambia? I primi due hanno dato «contezza di sé» presso un ufficio di polizia (come prescriveva il T.U. di polizia del 1931, anno X dell’era fascista), il terzo no. Nessuno fra questi begli spiriti conclude (con un minimo di coerenza) che dando a chiunque arrivi in Italia un documento in questura, si debellerebbe la «piaga dei clandestini»: ma la coerenza non è richiesta alla chiacchiera dell’uomo della strada, e del suo rappresentante in accademia.

Pubblicato da: stefanokeller | 6 giugno, 2008

Dalla parte della ragione (Mariuccia Ciotta e Gabriele Polo)

Berlusconi se ne sta saldo a palazzo Chigi, la sinistra è scomparsa dal Parlamento, un rancoroso vento di destra soffia sull’Italia e per denunciarlo ci vuole l’Onu. Le avventure militari sembrano una patologia accettata, la politica è ridotta a un Porta a porta, tutti i diritti individuali e sociali sono messi in discussione, l’unica cultura possibile sembra quella di un egoismo che esclude. Messa così uno può anche chiudersi in casa, dilaniarsi in rese dei conti interne pensando di trovare un “unico” colpevole.

Noi non la pensiamo così. Perché siamo abituati ad andare controcorrente, perché siamo una “minoranza” che ha sempre parlato alla “maggioranza”, perché la storia non finisce con un voto elettorale. Anzi, se ci guardiamo davvero in giro troviamo altre mille “minoranze” che chiedono relazione, comunicazione e azione …

Il manifesto, 6 giugno 2008

Pubblicato da: stefanokeller | 29 febbraio, 2008

Servizio civile – finalmente é prova dell’atto!

Dopo anni di sopprusi e di incarcerazioni politiche ieri il Consiglio federale ha licenziato il messaggio concernente la revisione della legge sul servizio civile. Detto in altre parole, finalmente anche in Svizzera un giovane che dichiara di avere un problema di coscienza con il fatto di imparare ad ammmazzare sarà ammesso al servizio civile.

Come per il voto alle donne, anche per il servizio civile siamo uno degli ultimi paesi in Europa ad adottare la prova dell’atto. Ancora una volta ci dimostriamo un paese neutrale, sociale (nei confronti dei noss), ma attenzione … anche ben armato!

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